Suitcase Stories

DANIELA VALLAURI

 

 

 

 

Il fatto è che non vorrei proprio più uscire da questa

meravigliosa bolla

 

 

 

 

Fermarmi mi ha costretta a fare i conti con me stessa, con quel vuoto da cui spesso sono fuggita, dal senso di casa che per motivi di lavoro ero stata costretta a lasciare.

Ed ora, eccomi qui, sotto a questa cupola di vetro, ferma, immobile.

Mi ritrovo ad avere nuovamente cura di tutto ciò che mi circonda.

Cucino attentamente, ritrovando gesti, sapori, ricette smarrite.

Tra i libri rispolverati tanti titoli acquistati parecchi anni fa, tempo, finalmente tempo per leggere.

Dormo, curo,nutro,lavoro e rieccomi a riscoprirmi.

Mi disordino e mi riordino ogni giorno, perché c’è tempo.

Guardo il soffitto, mi annoio, leggo e ascolto musica perché finalmente c’è spazio nel tempo.

Ogni giorno per due mesi, mi alzo, medito esco e cammino rifacendo lo stesso percorso, nei miei boschi che sanno di meraviglia, di muffa e di dorsi di cinghiali strofinati contro i pini.

Ho scoperto che loro, i cinghiali, dopo aver trovato il pantano pieno di fango ed essersi rotolati per bene al suo interno, vanno alla ricerca di piante resinose per strusciarsi e ripulirsi.

 In questo tempo bloccato, ho letto dei loro comportamenti, mai mi erano sembrate creature così meravigliose, spesso incrociano il mio cammino ma non scappo più, li osservo e con calma procedo, sono venuta in pace e così me ne vado.

E ancora è pane e pizza cotti nel forno a legna è film scelto e condiviso è famiglia, è discussione è noi cinque da soli sulle montagne. Saluti dal confine, potremmo dire.

E poi ancora, lo sguardo di un padre tenuto sulla soglia di casa a distanza.

Ciao papi, abbi pazienza, so che il tuo cuore è già tanto addolorato per tante sofferenze, ma abbi pazienza, non posso farti entrare, sei fragile, devo proteggerti, non guardarmi così, lo devo fare.

Dall’alto, da chi sta cercando di scegliere cose giuste per noi, queste disposizioni, quindi, obbedisco.

Entro ed esco continuamente da un tempo dilatato che contiene una moltitudine di visi, affetti, un mondo nutrito, prima di questo tempo, da tante relazioni.

Ogni giorno ne cerco alcune, il puzzle della mia vita le contiene, non voglio che questo virus vada ad intaccare il mio fertilizzante e quindi, organizzo aperitivi e caffè virtuali, invio messaggi, piccoli scambi virtuali danno vita a inaspettate amicizie.

Ed ecco che nuovamente il quotidiano si trasforma e da uno divento dieci cento mille ed è bellissimo, ed è una forza questa vita che nonostante l’immobilità deforma l’oblio.

Cammino, il giro ad anello intorno alla nostra casa consente di compiere dieci chilometri immersa nella natura, in completo isolamento, io, prati, boschi e gli animali selvatici.

Non ci avevo mai pensato, mi era sfuggita questa grande fortuna che oggi mi spunta sotto il naso.

Sono diecimila passi, otto chilometri, nella neve, nel verde, nel bosco, attraversando ruscelli, scollinando da un versante all’altro.

Ad un certo punto percorrere l’anello per scollinare e scendere in paese a fare spese diventa una sfida sul tempo.

Focalizzo continuamente alberi che si baciano, formicai di cui rimango da sempre incantata.

Ora più che mai le formiche agitate che annunciano temporale mi sembrano l’umanità fino a qualche giorno prima del blocco totale, ma dove cavolo volevamo andare così di fretta?

Era proprio necessario tutto ciò che rincorrevamo? Non sono forse le relazioni la sola cosa che ci manca?

Chi l’avrebbe mai detto?

Svuotare per poi riempire, imparare a guardare la luna, fissarla per un lungo tempo e non avere più fretta, e rimandare a domani, a dopodomani, perché c’è tempo.

Sono sempre ventiquattr’ore in un giorno eppure ogni giorno sembra infinito.

Poi, in alcuni momenti sale una strana forma di inquietudine e si aggrappa al cuore, e allora, provi ad ascoltare e ne viene fuori che è la mancanza di libertà di pensiero, perché sto bene dove sto ma voglio poter continuare ad alimentare la mia parte astratta, quella che non tocco ma che mi fa sognare.

Voglio pensare che potrò prenotare nuovamente un volo aereo, o semplicemente schizzare, alle otto di sera, per scendere a farmi un aperitivo, chiamare domani mattina la mia amica per scalare una cima, riprendere la bicicletta e pedalare all’infinito, girare al mercato alla ricerca di cose buone, di sorrisi senza mascherina e di nuovi incontri e magari, non farò nulla di tutto quel che penso ma voglio poterlo pensare e sognare manaccia!

Sto ferma, nel nostro cinque, e ci sto da Dio, ma ho bisogno, ho un disperato bisogno, di sognare di ridiventare nuovamente sette dieci cinquanta cento, in casa nostra, in una piazza, sul treno in un bar e di godere della libertà, senza le parole restrizione, divieto, autocertificazione.

E poi, ad un tratto, la bolla esplode è ora di ricominciare, lentamente e ci si rivede dopo mesi, e abbraccio e stringo forte, senza esitare.

Mi dispiace ma corro il rischio, non posso vivere senza il contatto umano.

La libertà supera qualunque prezzo.

Mi sveglio, riparto, piano e con lentezza.

Mi sono riordinata, non sarò mai più quella di prima e saprò scegliere, scartare, rinunciare per ogni cosa che la vita mi presenterà.