Suitcase Stories

ILARIA GIRAUDO

 

D’altro canto, il silenzio delle strade e delle piazze
aveva permesso alla natura “esule” di ritornare”

Fiori, sorrisi e ricordi

L’aria fresca del mattino mi accarezzava il viso mentre pedalavo per raggiungere l’ospedale.

D’istinto non potei fare a meno di riempirmi a pieno i polmoni:

di li a poco avrei dovuto respirare molte ore sotto la mascherina. Davanti a me stava sorgendo l’alba.

Tra le magnifiche sfumature color ruggine si nascondeva un cielo intensamente azzurro.

Ora, al posto delle diagonali bianche degli aeroplani si vedevano svolazzare stormi felici di uccelli melodiosi.

D’altro canto, il silenzio delle strade e delle piazze aveva permesso alla natura “esule” di ritornare.

Imboccai la piccola stradina di campagna che solo io e un altro ragazzo conoscevamo.

Non sapevo come si chiamasse, eppure, tutte le mattine a quell’ora era diventata una consuetudine trovarci lì per salutarci.

Credo che avesse più o meno la mia stessa età o forse qualche anno in meno ma non sapevo da dove venisse.

La sua bici di fortuna era di un giallo inconfondibile, proprio come il cappellino con il logo di qualche azienda agricola che indossava abitualmente per contenere i suoi crespissimi capelli neri.

Nonostante lo zaino pesante e i vestiti sporchi di terra, sembrava sempre contento di iniziare una nuova giornata di lavoro.

Mi sorrideva mentre canticchiava nella sua lingua.

Grazie alla carnagione scura, l’avorio dei suoi denti illuminava l’intero volto.

Iniziai a rallentare e mi guardai attorno, adesso non c’era nessuno.

Nessuno, eccetto le piante fiorite che si riversavano sulla strada e sembravano porgermi la mano…

Con gli umani in letargo, la primavera si stava mostrando finalmente in tutta la sua maestosità.

Così raggiunsi di nuovo l’asfalto, l’ospedale era vicino.

Il ricordo di quell’incontro mi dette forza nell’indossare la divisa: un sorriso tra natura e speranza.