Suitcase Stories

MARIANNA GAJ

 

 

 

 

Una quarantena movimentata

 

 

 

 

Giorno 1.

Alla televisione viene annunciato il lock-down: chiudono scuole, negozi, cinema e ristoranti; tutti a casa, non si sa per quanto.

Trascorro il pomeriggio in cucina, sul tavolo invaso da tempere, pennelli e glitter colorati.

Di sera esco in cortile e appendo uno striscione al cancello di casa. C’è scritto: “Andrà tutto bene.”

Giorno 10.

Mamma risulta positiva al tampone del coronavirus. Panico generale.

Papà non può più lavorare, i suoi colleghi hanno paura di essere contagiati.

Ci chiudiamo in casa, cercando di dividerci al meglio stanze, asciugamani e posate.

Mangiamo sempre nello stesso piatto, che poi ognuno di noi provvede a lavarsi separatamente.

Giorno 11.

Papà è già stufo di stare in casa.

Esce fuori, osserva il mio striscione con aria critica, prende un indelebile e aggiunge, in basso:

“A voi ‘andrà tutto bene’, a noi è andata di m****”. Decido di non commentare il suo attacco d’arte.

Giorno 15.

Ho mal di gola e mal di orecchie, mangio poco e non sento il gusto.

Sono molto stanca, non riesco a fare niente.

Digito i sintomi su Google, e ciascuno di essi porta a una risposta inequivocabile: covid-19.

Il numero dei contagiati nel nostro paesino sale a due.

Giorno 20.

Papà ha costruito un campo da pallavolo in giardino. Passiamo così tanto tempo a giocare tutti insieme

che stiamo pensando di formare una squadra e partecipare alle prossime olimpiadi.

Giorno 25.

Stiamo dando il bianco in camera mia, quando arriva il risultato del secondo tampone di mamma.

È negativo. Scoppio a piangere con il pennello ancora in mano e mamma e papà si abbracciano forte.

Giorno 30.

Papà è finalmente tornato a lavorare, noi invece restiamo a casa.

Per combattere la noia decido di tingermi i capelli. Sulla confezione della miscela c’è scritto “rosso mogano”.

La applico con cura, attendo tre ore e mi lavo i capelli.

Esco dalla doccia impaziente, mi guardo allo specchio e il mio sorriso trema un po’:

sono arancione come una zucca di Halloween.

Giorno 35.

I barbieri sono ancora chiusi, così mio fratello mi chiede di tagliargli i capelli.

Aziono il rasoio e lavoro concentrata per circa mezz’ora, ma quando osservo il risultato mi accorgo che manca qualcosa:

sul lato sinistro della testa, dove prima c’era una specie di lungo ciuffo castano, adesso non c’è niente.

Vuoto. Ho rasato tutto. Mio fratello mi ammazzerà.

Giorno 40.

In televisione Conte dice che si può uscire a passeggiare, con le dovute precauzioni.

Ci vestiamo felici, ma prima di aprire la porta arriva una telefonata: papà è scivolato sul lavoro, ha la mano gonfia.

Non riesce a muoverla. Ricominciamo daccapo.

Giorno 43.

Aspetto nel parcheggio dell’ospedale. Papà è stato operato d’urgenza e oggi verrà dimesso.

Gli hanno dato sei mesi di infortunio, e non è detto che bastino a recuperare l’uso della mano.

Lo vedo attraversare la strada e alzo il braccio per farmi notare.

Mi fissa con sguardo truce, e al mio “Ciao, come stai?” risponde sbuffando. Sarà un lungo viaggio in macchina.