Suitcase Stories

STEFANO SEGHESIO

 

 

 

L’unico viaggio che ti serve è quello che non vuoi fareViaggiare

 

 

 

 

 

 

Cosa vuol dire?

E soprattutto come si fa?

Puoi prendere il Flixbus che ti ritira come un pacco alla stazione, poi un aereo, che ti porta sull’isola, oppure in montagna, o a dorso di un asino, che ti morde, sulle pendici del monte Olimpo.

Puoi prendere un numero assortito di sostanze e viaggiare da fermo, ad un brutto concerto di musica elettronica o nella mansarda di uno spacciatore generoso.

Puoi viaggiare leggendo i libri di Salgari, ascoltando un bel brano di musica tradizionale Berbera dal computer, senza capirci una parola.

Puoi viaggiare perché devi, perché qualcuno ti vuole prendere, perché c’è un cacciatore di taglie dall’inferno che ti sta inseguendo.

Puoi viaggiare nel tuo paese, nella tua regione e perfino in casa tua. Perché stare nel letto e fare i viaggi onirici del sonno alle volte fa paura. Quindi viaggi dal letto alla cucina.

Puoi conoscere qualcuno che ti fa viaggiare, non perché sia ricco e ti paghi gli aerei, ma perché passarci del tempo insieme è così bello da far invidia alla foresta Amazzonica.

Puoi fare l’Erasmus, il progetto, puoi attraversare il mare come Ulisse, o come te stesso e non finire in nessuna storia da tramandare ai posteri, nessuna se non la tua.

Al telefono, l’altra sera, viaggiando tra la camera e il balcone, parlavo con il mio amico Luca. Siamo giunti alla conclusione che l’unico viaggio che ti serve, quello con tutti gli effetti benefici con cui ci annoiano da anni, è quello che non vuoi fare, ma che devi intraprendere per forza. Sia esso intorno al mondo o intorno e dentro alla tua anima (forse dura di più il secondo). Proprio perché qui non c’è durata, controllo o altro. Puoi solo vedere come arrivi alla fine, rimanendo vivo ogni momento.

PS: il mio amico Giacomo dice che nella vita ogni persona ha a disposizione 3 aerei: uno per andare, uno per tornare e uno per andare a fanc…. Be’ insomma avete capito.